E voi, avreste assunto Steve Jobs?

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Non giudicare il candidato dalla copertina

È facile adesso, guardando indietro, definire Steve Jobs un genio.

Meno facile sarebbe stato intuirlo anni e anni prima, quando la parola “Apple” significava ancora solo un frutto, e non era sinonimo di una rivoluzione.

Ma come appariva Steve Jobs da giovane, e come si presentava agli occhi di un papabile datore di lavoro?

Non giudicare il candidato dalla copertina

 

Tutti conosciamo Steve Jobs, il co-fondatore di Apple. Tutti lo ricordano con il tipico look maglia a collo alto nera, jeans e occhiali. Questo era il look da CEO visionario e al di sopra delle convenzioni che è rimasto impresso nelle nostre menti.

 

Inizialmente però, dopo aver lasciato il college, si presentava in un altro modo: look trasandato da hippie, grande interesse per la tecnologia, ma un po’ meno per il sapone. Pensateci bene: voi assumereste mai una persona senza credenziali ed esperienza, ma solo per la sua incredibile passione? E cosa pensereste se anni dopo scopriste che quel candidato, così fuori posto all’epoca, era in realtà un genio pronto a rivoluzionare la nostra concezione del mondo?

 

Inoltre, anche solo guardando ad una sua application del 1973, si nota un testo pieno di errori di grammatica e di punteggiatura, in cui definisce il suo accesso ai mezzi di trasporto “possibile, ma non probabile”, e il numero di telefono inesistente.  
Sì, proprio lui, padre dell’IPhone, non aveva un numero di telefono a cui farsi richiamare dopo i colloqui. Ironico, vero?

Quindi, la prima impressione non era proprio il suo forte. Non molte persone lo avrebbero assunto, non molti HR sarebbero andati oltre un aspetto non curato per dargli l’occasione di trasformare la sua passione in qualcosa di grande ed indimenticabile.  

Ma a volte bisogna andare oltre, cercare di trovare quella scintilla che si nasconde sotto la superficie, e non escludere qualcuno a priori perché non risponde ai requisiti prefissati o all’immagine che avevamo in mente del candidato ideale. A volte le persone più di successo sono proprio quelle che non ci si aspetta, che magari sono state assunte per caso e risultano, ad un primo sguardo, fuori dagli schemi.

 

A questo proposito ricordiamo la storia di David Ogilvy, che ha completamente ribaltato il mondo del copywriting nella New York degli anni ‘50, nonostante il suo cv avesse solo due righe: quella con una descrizione della sua breve ed inconcludente esperienza ad Oxford, e quella del suo passato da allevatore Amish nella Pennsylvania degli anni ‘40.

Un personaggio singolare, con un background ancora più singolare, ma dotato di tante (tantissime) idee su come vendere. Motivo per cui il fratello Francis, nonostante David non avesse alcuna conoscenza di copywriting e di pubblicità, ha deciso di scommettere sulle sue abilità e di fondare con lui un’agenzia. Quest’agenzia, nata nel 1949 con il nome Hewitt Ogilvy Benson & Mather, ha sovvertito completamente il mondo della pubblicità, e a creato campagne di grande successo, come quella della Guinness o della Schweppes.

 

La storia di questi grandi uomini fa riflettere: entrambi crearono scompiglio, cambiarono le regole e sconvolsero l’epoca a cui appartenevano, in un modo o nell’altro. Ma soprattutto, riuscirono, grazie alla loro passione e alla loro tenacia, a convincere anche i più scettici, i quali dubitavano di loro per via di un passato non convenzionale. In un’azienda quello che davvero serve è avere una persona eccellente in quello che fa, e non assumere candidati mediocri ma in tanti compiti. Questo non significa puntare su qualcuno per la sua assenza di debolezze, ma capire chi assumere in base ai punti di forza.

E c’è una grande differenza.

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