Come può l'arte classica giapponese ispirare un lavoratore occidentale?

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Quali sono le lezioni che possiamo trarre dall'Oriente per vivere al meglio le nostre giornate lavorative? Abbiamo parlato di questo e molto altro con Marco Brenna, l'artista dietro alla mostra "C'era una volta il Giappone", attualmente esposta a Copernico Tortona 33 e parte del percorso Art Journey.

Come può l'arte classica giapponese ispirare un lavoratore occidentale?




"La prima cosa a cui penso sono le stampe giapponesi che hanno ispirato il lavoro di Vincent Van Gogh. Non era mai stato in Giappone, ma aveva acquistato un gran numero di queste stampe ad Anversa, ne ammirava soprattutto la semplicità del tocco e la limpidezza degli elementi. In una lettera al fratello Theo scrisse: “il mio studio è abbastanza sopportabile, soprattutto adesso che ho fissato alle pareti una collezione di incisioni giapponesi che mi piacciono molto”.

L’arte classica giapponese è in grado di portarci in contatto con una parte molto profonda del nostro essere. Come scrisse Vincent in un’altra lettera al fratello: “Non si può studiare l’arte giapponese, mi sembra, senza diventare molto più felice e più allegro, e ci fa ritornare alla natura, nonostante la nostra educazione e il nostro lavoro in un mondo di convenzioni”.

 

 

Quali sono le lezioni che possiamo trarre dall'Oriente per vivere al meglio le nostre giornate lavorative?

 

 

"L’idea occidentale di progresso è rappresentata dal concetto di “Innovazione” che esprime un’idea di cambiamento fondata su uno sviluppo rapido e radicale, che prevede una rottura completa rispetto al passato.
 

 

A questa idea di progresso il Giappone oppone l’idea di Kaizen (letteralmente miglioramento continuo): un modello di crescita lento, graduale e continuo, senza strappi, che coinvolge l’intera struttura aziendale, nessuno escluso. Questa filosofia è stata alla base del successo della Toyota dove tutti, dai manager agli operai, sono stati invitati e incoraggiati ad apportare piccoli miglioramenti al processo produttivo."

 

Credo sia questa la lezione più importante che noi occidentali dovremmo portare a casa dall’Oriente. Spesso pensare a grandi rivoluzioni è un macigno troppo grosso che rischia di scoraggiare ogni nostra azione, mentre ci sono sempre centinaia di piccole cose da migliorare attorno a noi. Piccoli sassolini da spostare. Credo che questo sia un principio prezioso nel lavoro, sia aziendale che artistico. Personalmente faccio sempre molta fatica a considerare una mia opera veramente conclusa e finita. Penso sempre che ci sia qualcosa che avrei potuto continuare a migliorare.

 

 

Qual è, secondo te, l'importanza di esporre opere d'arte in un contesto lavorativo in cui contaminazione e condivisione sono all'ordine del giorno?

 

 

La contaminazione genera creatività e questo significa un fiorire di nuove situazioni. Non possiamo permetterci di restare fermi e lavorare in spazi che occludono la nostra mente. Le opere d’arte sono ulteriori finestre per le nostre anime e per la nostra mente.

 

Il mondo è grande e bisogna trovare delle piattaforme dove è più facile raggiungerlo. Copernico è una realtà viva e in trasformazione, basta sedersi a prendere un caffè, come ho fatto io la prima volta che sono entrato, per rendersi conto di questa dimensione di apertura e contaminazione.

 

 

Le tue opere d'arte fanno trasparire un'attenzione particolare al Bello e alla Delicatezza della figura femminile: come può la bellezza influenzare un ambiente lavorativo e la produttività delle persone?

 

 

La bellezza salverà il mondo (citando F.Dostoevskij) oppure l’umanità si autodistruggerà quando smetteremo di guardare tutta la bellezza che ci circonda. È da anni che lavoro con l’intento di migliorare il mio studio utilizzando il principio di dinamismo, funzionalità e appunto bellezza, questo è estremamente importante per il risultato finale delle mie opere. Credo dovrebbe esserlo per ogni attività umana. Se non si aspira al Bello, in ogni sua forma, cos’altro ci resta da fare?

C'era una volta
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