Cos'è il Growth Hacking

  • 13.03.2018
  • Design the Future
  • Alessio Sarnelli

e come può aiutare la tua attività in 8 semplici step

Marketer o Growth Hacker? Qual'è la differenza tra le due figure? e quali sono i trucchi del mestiere? Scopriamolo con Ninja Marketing!


Tutto nasce nel luglio 2010 quando Sean Ellis, marketer della Silicon Valley, decide di trovare una definizione per un nuovo modo di fare marketing che ha messo a punto. Pubblica quindi sul suo blog un articolo che di lì a poco avrebbe fatto scuola: Find a Growth Hacker for your startup.


Ma cos’è il Growth Hacking? 


Si tratta di un approccio data driven che punta alla crescita esponenziale di un’azienda ottimizzando al massimo gli investimenti. Si differisce dal marketing tradizionale perché la crescita ricercata è basata su analisi rigorosamente scientifiche e perché fa della sperimentazione costante un suo punto cardine.

Crescita costante e budget sfruttato al centesimo fanno inesorabilmente del growth hacking un approccio ideale per le startup poiché se implementato a dovere le rende appetibili sul mercato in una fase in cui la ricerca di fondi è vitale per lo sviluppo di un’attività.


Le prime 3 fasi del Growth Hacking


Prima ancora di poter crescere e di farlo a velocità sostenute, dobbiamo pensare a come inserire il nostro prodotto sul mercato e fare in modo che abbia la giusta domanda. Per questo vengono individuate tre fasi preliminari di sviluppo aziendale:

1. Problem Solution Fit: qualsiasi prodotto/servizio deve essere concepito per offrire una risposta concreta ad un problema reale, questo rappresenta l’unica leva di inserimento in un qualsivoglia mercato.
2. Minimum Viable Product: la progettazione di uno strumento di controllo (ad esempio una landing page) attraverso il quale monitorare costantemente come gli utenti si avvicinano al prodotto/servizio immesso sul mercato.
3. Market Fit: significa capire se davvero ciò che mettiamo in vendita venga incontro al 100% alle richieste dei clienti. Se è davvero la soluzione ad un problema, senza nessuna piega, allora siamo sulla strada giusta.


Growth Hacking e Pirati: la metodologia AARRR
 

Per capire la metodologia del GH vero e proprio dobbiamo tornare al 2007, anno in cui l’Angel Investor David McClure codifica quella che oggigiorno viene definita la Metrica del Pirata: la AARRR (dal suono simile al gergo dei corsari).

Si tratta dei 5 step fondamentali per lo sviluppo di un’attività di growth hacking:

4. Acquisition: lo step in cui noi catturiamo l’attenzione, ci guadagniamo i click, le persone vogliono saperne di più.
5. Activation: questo step risponde alla domanda: “Siamo abbastanza bravi a raccontare tanto da convincere le persone a provare il nostro prodotto/servizio? Siamo abbastanza chiari con le nostre interfacce?”. In questa fase avviene uno scambio di dati, è qui che si comincia a fare lead generation.
6. Retention: è la parte di fidelizzazione, quella centrale in una strategia di crescita. È qui che il Growth Hacking viene incontro al marketing ed è qui che ci deve essere una grandissima sintonia tra cosa hai creato e come lo vendi se si vogliono vedere risultati veramente sensibili.
7. Revenue: è dove dimostriamo che quello che stiamo proponendo vale la pena di essere pagato, come quando da una prova gratuita si passa alla versione a pagamento.
8. Referral: quando il nostro stakeholder trova il prodotto talmente buono da condividerlo con la sua “cerchia”.


Le differenze tra marketer e growth hacker


L’approccio diverso tra marketer tradizionale e growth hacker sta quindi nel modo in cui fidelizza ed “usa” la buyer persona a cui si rivolge:

• Il marketer punta la sua attività sulla capacità di promuovere in maniera capillare il brand e fare in modo che venga percepito come credibile rispetto a ciò che offre (brand awareness) cercando poi di convertire la mole di contenuti proposti al fine di arrivare all’acquisto (acquisition).

• Il growth hacker va oltre e considera l’acquisto solo come fase preliminare: la sua attività è volta a far innamorare l’utente a tal punto del brand da reiterare gli acquisti e fare in modo che l’utente stesso sia ambassador dell’azienda e porti a nuove conversioni.

Questa differenza rispetto al funnel di vendita è la pietra miliare sulla quale poggia tutta l’attività di growth hacking.

La quantità di dati prodotti ed analizzati in ogni fase serve a capire come si muovono gli utenti e come interessarli sino a renderli membri attivi nella nostra crescita. La conoscenza delle dinamiche d’acquisto ed il continuo adattare messaggi e servizi rispetto al contesto in cui si opera completano le skill necessarie attraverso le quali garantirsi una crescita esponenziale in un mercato di riferimento spesso saturo ed altamente competitivo.

Alessio Sarnelli

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